Regola n. 7 del prezioso ottadecalogo del Dalai Lama: “Quando ti accorgi di aver commesso un errore, fai immediatamente qualcosa per correggerlo”. Giusto. Sacrosanto, oserei dire. E la cosa mi riguarda molto da vicino: ho fatto attendere più di tre mesi Enzo Alfano, che tempo fa espresse alcune critiche al mio libro Prog. Una suite lunga mezzo secolo. Ahimè, solo oggi rendo pubblica la mia risposta: meglio tardi che mai, direte voi, ma in certi casi è meglio presto che tardi, come suggerisce il Santissimo. Ma la domanda è: premesso che un errore va subito corretto, ho commesso un errore?

Ricapitoliamo la vicenda. In una sua recensione su Yastaradio, tra i vari rilievi critici che Enzo Alfano effettua nei confronti del mio libro, segnala la mia “disinvoltura” nel non aver citato in prefazione i suoi testi sul progressive, segnalazione alla quale poi sono seguiti alcuni scambi privati di e-mail. So benissimo quanto sia importante una prefazione: da autore devo mettere in condizione chi legge di capire dove vado a parare, quale approccio ho scelto, che fisionomia avrà il testo, qual è il punto di partenza e quali le conclusioni; da lettore sono un avido divoratore di prefazioni, da quando scoprii quella illuminante di Carl Gustav Jung all’I Ching (nella vulgata di Richard Wilhelm) o quella, meno celebre ma altrettanto succulenta di Mauro Novelli ai Meridiani del mio amato Piero Chiara. La mancata menzione dei libri di Alfano è stata un errore? Mettendomi nei panni di Enzo, sicuramente ai suoi occhi la lacuna è risultata macroscopica, e devo farci i conti. D’altronde, come diceva con insistenza il mio vecchio professore di diritto privato ai tempi dell’università, “le parole sono macigni”.

Scrivere questo libro è stato, per saltare da una prefazione a una presentazione (quella di T. Bone Burnett per l’esaltante libro di Sam Shepard sulla Rolling Thunder Revue), “più divertente di quanto consenta la legge”. Il libro ha avuto un bel successo, sia di pubblico che di critica: ancora oggi, a distanza di più di un anno dalla sua uscita, ricevo numerose mail di complimenti (amici lettori abbiate pazienza anche voi: vi risponderò appena possibile!), le recensioni sono state lusinghiere, alcune da parte di firme del calibro di Giammetti, Vitale, Baroni, Manzotti, Iossa e Guglielmi. Ma se una persona che stimo e seguo come Alfano mi segnala una cosa del genere, devo tornare sui miei passi e capire cosa è successo.
La parte incriminata è la seguente, ovvero un passaggio centrale di questa prefazione:
“Torno alla domanda iniziale: da dove partire? Da un libro sul progressive pubblicato fuori dal decennio d’oro degli anni Settanta, a bocce ferme: Rock progressivo inglese di Giancarlo Nanni, uscito nel 1998 durante il boom new progressive. Un testo valido perché caratterizzato da un’osservazione al progressive storico nella sua interezza, individuando le premesse e le affinità (il british blues e l’hard rock, ad es.), i tempi e i modi della genesi di un linguaggio, gli sviluppi di un codice che avrà profonda influenza negli anni a venire. Un testo superato dall’informazione più smaliziata offerta dal web e dalla storicizzazione – ancora in corso – del new prog, eppure non ancora viziato dalla tendenza compilativa cara a tanti collezionisti prestati alla scrittura, che hanno modellato la letteratura sul prog concentrandosi su elenchi in ordine alfabetico con voti in stelline, asterischi o palline. Una ventina d’anni prima, nei gorghi del riflusso, Al Aprile e Luca Mayer pubblicavano Rock progressivo europeo: individuati con lucidità nomi e stili (ad es. la giusta valutazione del lascito di Robert Wyatt, la collocazione del Rock In Opposition), i due allestirono una sorta di All Music Guide ante litteram, uno schedario di musicisti illuminati tra le macerie della decadenza. Senza il talento, lo spirito critico e la lungimiranza di Aprile e Mayer, negli anni successivi tanti autori hanno affrontato la valutazione del progressive affidandosi alle sole archiviazioni, utilissime alla consultazione e al collezionismo ma non alla descrizione di un genere, né alla sua comprensione”.

Il mio interesse nella prefazione – breve e sintetica perchè mero “manifesto programmatico” – era molto semplice: intendevo comunicare cosa volevo scrivere e da dove potevo partire. Probabilmente non è chiaro – e per questo chiedo scusa ai lettori e soprattutto ad Enzo – il mio intento e l’obiettivo dell’opera, chiesto dall’editore: offrire al lettore del 2011/2012 un libro sulla storia del rock progressivo dalla nascita ai giorni nostri. Richiesta importante che lasciava aperti incredibili spazi di manovra : non a caso alcuni amici e colleghi ai quali avevo comunicato in anteprima l’iniziativa immaginavano un testo in più volumi, magari uno dedicato solo all’epoca d’oro inglese, un secondo alle scene nazionali, un terzo al boom new prog, l’ultimo alla contemporaneità. Ho rispettato questa scansione, ma concentrandola in un solo libro… Sono certo che un giorno un’opera ponderosa del genere verrà fuori, per il momento sono stato coinvolto per qualcosa di meno imponente, più sintetico e “introduttivo”.  A fronte di tale richiesta, ho dovuto fare un bel giro d’orizzonte. Visto che siamo in clima di citazioni, proprio oggi ho cominciato a leggere il nuovissimo saggio di Tiziano Tarli (abilissimo nel passare dallo studio sul beat al neomelodico…) dedicato allo swing italiano. In apertura un esergo illuminante di Boris Vian: “In musica, come in letteratura, il solo modo di fare qualcosa di diverso e assolutamente personale è di conoscere prima tutto ciò che è stato fatto dagli altri”. L’esistente – ovvero la letteratura in materia prog – ritengo di conoscerlo abbastanza bene: tre lustri di giornalismo, una famelica mania di bibliofilo incallito e una casa piena zeppa di libri (bagno compreso) – lo testimoniano.

Mi sono mosso, dunque, confrontandomi in primis con i testi storici che analizzano in generale, dalla sua nascita fino ad oggi, il fenomeno del prog. Può sembrare strano, visto che la letteratura in materia è a dir poco abbondante, ma i due testi italiani a mio avviso fondamentali – per completezza, ampiezza nell’inquadratura, equilibrio nelle valutazioni, influenza postuma – sono proprio i citati Nanni e Aprile/Mayer. Mi sono soffermato solo sui miei connazionali, senza coinvolgere stranieri come Ed Macan, Jerry Lucky, Aymeric Leroy, Sid Smith, Allan Moore, Paul Stump (ho dimenticato clamorosamente il suo The music’s all that matters in bibliografia: grazie a Maurizio Becker – insuperabile memoria Rai! – per avermelo segnalato…). Insomma i due citati hanno mostrato lo sguardo generale sul prog dal quale ho voluto far partire la mia stesura. In un secondo passaggio, nell’inquadrare tanta letteratura prog contemporanea,  ho parlato di “tendenza compilativa cara a tanti collezionisti prestati alla scrittura”: non mi riferisco certo a Enzo, ma ad autori di cui non ho fatto i nomi e che avrei dovuto menzionare (non è lo stesso ma visto che ci sono lo faccio ora: Paolo Barotto, Cesare Rizzi, Alessandro Gaboli, Giovanni Ottone, Paolo Pellegrini). Autori che in tempi non sospetti hanno contribuito notevolmente alla ricostruzione di un panorama storico (pensiamo a Barotto e al suo lavoro sul prog italiano, preziosissimo negli anni ’90) ma che oggi tradiscono ingenuità e orizzonti piuttosto ristretti. Se volete sbizzarrirvi sul mare magnum delle pagine progressive, fate pure un giro qui: http://www.progbibliography.de.

Mi dispiace molto che Alfano si sia sentito scartato, ma l’assenza nella prefazione dei suoi titoli (peraltro presenti, e pour cause, in bibliografia) non ha motivazione altra. Anche perchè il passaggio incriminato non aveva alcuna elencazione minuziosa, la menzione dei due testi era semplicemente funzionale a far capire da dove partiva il mio libro. Piccola parentesi. Nel nuovo testo che sto scrivendo, sul quale ho ancora l’obbligo del riserbo, un capitolo chiave cita ampiamente un saggio di Enzo: in Italia è l’unico ad essersi cimentato nell’analisi di un disco storico e in particolare di una canzone sulla quale mi sto soffermando. Presto vi darò qualche indizio… Enzo sa benissimo quale sia la mia stima nei riguardi della sua attività di saggista, ho grande ammirazione per lui, soprattutto per la preparazione e la meticolosità che possiede. Lo leggo da tempo, ho recensito ottimamente i suoi testi, l’ho intervistato in radio. Negli ultimi tempi, non ricordo se a proposito di Effetto pop o di Storie di rock, gli avevo consigliato di lasciare il modulo “raccolta di saggi” per addentrarsi in una monografia specifica (credo di avergli suggerito qualcosa sul British blues, ambiente che lui affronta spesso, tra l’altro dando il giusto valore a personalità spesso snobbate dalla critica rock), per confrontarsi con una visione più “generale” di un dato argomento. Se non ho citato in apertura i suoi libri è proprio perchè, nel formulare lo start up del mio studio, avevo in mente due “bussole” come quelle menzionate.

Ammetto che, se un lettore solitamente attento come lui ha rilevato questa lacuna, evidentemente da parte mia deve esserci stato un errore nella comunicazione. E rileggendo il libro, rilevo alcune superficialità e dimenticanze: confido in una seconda edizione come occasione opportuna per doverose correzioni e integrazioni. Alcune di queste nascono proprio dalla recensione di Enzo. Rivedrei anche la prefazione? Credo di sì: quando anche un solo lettore muove un rilievo critico, l’autore ha il dovere di riflettere, ripensare e correggere il tiro. Evidentemente il mio intento non è stato chiaro e distinto. Quando si è mossi da una grande passione cose del genere possono accadere, tocca metterle in conto. Così come, per tornare al prezioso vademecum citato in apertura, bisogna sempre tener conto del fatto che “un grande amore e dei grandi risultati comportano sempre un grande rischio”.

D.Z.