THE RHYTHM METHOD (diary): 13 giugno 2017

Campiglia Marittima, ore 9.35.
Stazione triste assolata deserta, direbbe Lindo Ferretti. Ci mancan solo le balle che rotolano tipo distesa arsa e sabbiosa dell’Arizona, diobono.

In attesa del fiammante Frecciabianca in arrivo da Genova che mi scaricherà a Roma, ho aiutato un vecchietto a comprare il biglietto per Livorno al terminale, deh. Anche se l’operazione elettronica è di una semplicità inquietante, per un nativo analogico di lungo corso è sempre un’esperienza complicata, roba che preferirebbe accompagnare un Hobbit a sturare un tombino nelle miniere di Moria piuttosto che confrontarsi col cervello artificiale. Stando ai ringraziamenti nel quali si è profuso, sono il suo angelo custode del giorno. Mi fa sorridere questa cosa perchè la mia vita – la nostra vita! – è costellata di incontri fugaci con angeli custodi. La signora colombiana che mi regalò il biglietto in quella grigia stazioncina brianzola abbandonata da dio, dagli uomini, dai bigliettai e dalle forze dell’ordine. Il conducente dell’autobus che mi sganciò sulla Cassanese indicandomi la scorciatoia agricola per Milano 2. Il giovincello che mi scortò in auto dai Ponti Rossi – tra i quali mi ero disperso – all’autostrada per uscire da Napoli. Mi viene in mente Suono Universale, l’autobiografia di Carlos Santana, che di angeli ne ha incontrati a iosa, nel posto giusto e al momento giusto, alcuni talmente custodi da avergli persino spianato la strada per la carriera artistica.

Ieri sera a Piombino di angeli custodi neanche uno. Poco male, anzi meglio così: la amo moltissimo questa città a notte fonda, quando è deserta, quando non c’è quel friccicolìo tutto proteso al mare, al tuffo, all’abbronzatura, alle ciavatte, al puzzo di confusione. A volte il mare è come il pallone: dà alla testa, e gli italiani in questo non sono secondi a nessuno. Ma la notte piombinese per il sottoscritto è sempre un momento di transizione, di elaborazione dati; un passaggio dalla serata elettrizzante con gli amici di Cover Green a ragionare e costruire la rassegna di cover art, al mattino di viaggio tra stazioni, treni, scrittura, memorie, chiavi, biglietti, ritorni, porte, abbracci, docce, altre pause e altre ripartenze.

Cover Green è una vivace e colorata iniziativa dedicata al culto del vinile. Così come la Confraternita dell’UvaThe Brotherhood of the Grape di John Fante – ha suggellato tragicomiche bande di beoni creativi, così Piombino ha assistito alla nascita della Congrega Elettrica del Vinile. Ufficialmente un’associazione culturale di cui ho la tessera n. 32, in buona sostanza un temibile covo di malati del microsolco, patiti che hanno immolato la propria vita a racchiudere lo sguardo e l’orizzonte in quel quadrato di cartone pieno di colori, immagini, evocazioni, vite parallele. Io ci sto benissimo con Andrea, Federico, Luca e Massimo perchè sono peggio di loro, visto che persi la verginità nel 1984 con il giallo trionfante di Three Of A Perfect Pair, nel quale era immerso quel misterioso simbolo che poi solo anni dopo avrei scoperto essere mistico, di connessione tra maschile e femminile, Oriente e Occidente. E quando il tuo candore è andato, beato stanco e sfatto su un Sacro 33 Giri, sei fottuto a vita.

Ma c’è un risvolto. Anzi più di uno, se pensiamo alla Legge delle Polarità che domina le nostre vite, angeli custodi inclusi. Dietro il giro del 33 c’è la fine della canzone, dietro l’inner groove che ruota ad libitum c’è l’altro lato che attende, dietro il fervore dell’organizzazione c’è la memoria del ricordo, talvolta triste. Ieri sera, tra una serie di cromie da sistemare, un exploit di Grateful Dead e Quicksilver Messenger Service, un lancio e rilancio di idee e spunti, ha fatto capolino – fino ad espandersi e a travolgerci – la Piombino dei tempi che furono. Altoforni, inquinamento, economia che girava – altro che vinili – e tragedie. Tragedie umane, morti sul lavoro, famiglie dal cuore spezzato. E’ sempre così: l’altra faccia della gioia è il dolore, l’altra faccia della notte è il giorno. L’altra faccia del mare piombinese, azzurro più che mai, sono questi vicoletti color terriccio giallastro che amo. Roba che all’improvviso ti ci infili dentro e c’è un taglio di cielo, persino un gabbiano che hai scoperto solo in foto. Una fenditura d’azzurro nella quale sprofondi, non pensando che alle tue spalle c’è un respiro pesante e doloroso.

13-06-2017

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