The Rhythm Method (diary): 9 settembre 2013

C’è che ci si porta dietro il fardello del superego.
C’è chi si porta dietro l’ansia dei genitori.
C’è chi si porta dietro una cappa opprimente di ricordi.
C’è chi si porta dietro valigie piene come una casa disordinata.
C’è chi si porta dietro – ed è il mio caso – interi archivi musicali schiacciati in un affarino piccolo così, roba che ai tempi dei miei maestri di vinile era impensabile e che anche nelle decadi successive, quando il traffico di cassette era fitto come i tragitti di coca Bolivia-Milano, si faceva fatica a preconizzare.
Ogni mio viaggio ha la sua colonna sonora: strategica, ovvero organizzata con piani militareschi tipo invasioni hitleriane; lavorativa, quando stazionano nelle cuffie i dischi del momento che devi ascoltare e riascoltare e riascoltare e recensire; casuale e aerea, affidata a ciò che resta nel lettore dal precedente tour de force. Questo nuovo giro su rotaia è una buona sintesi delle tre tendenze suesposte.


Playlist strategica: dopo aver accuratamente eliminato alcuni album iperascoltati di Living Colour, Sleater-Kinney, Talk Talk e Black Sabbath (non c’è bisogno che me lo diciate: ce lo so già da me che sono il Re degli Accostamenti Bizzarri), ho inserito Troubles, il nuovo disco dei Dirtmusic. Se vi fidate del sottoscritto, sappiate che adoro questo lavoro e lo voterò tra i cinque dischi del 2013 a fine anno su Jam. Salvo scossoni nel prossimo trimestre (i nuovi Pearl Jam e McCartney potrebbero stregarci in extremis), questo strepitoso album di Chris Eckman, Hugo Race e Ben Zabo (e tanti altri spuntati fuori nelle calde notti a Bamako) resterà per molto tempo nelle mie preferenze: tra una cuffia e l’altra, nella pappa molle del cervello assopito a causa della massa di sciancati e smidollati che popolano anche la business class, adoro annegare in questa miscela elettrizzante di afrobeat, funk-rock, dancefloor ed elettronica. Roba da dj-set da cavalieri dell’apocalisse, tra fuoco, fiamme, deserto e martelli degli dei.

Playlist lavorativa: ho aggiunto il nuovo dei Tamikrest (Chatma, molto valido ma con qualche riserva: sarà l’occidentalizzazione di gran carriera del gruppo tamashek a lasciarmi qualche perplessità) da recensire per Jam. A questo si affianca Whirlwind, nuova doppia antologia di rarità e inediti del leggendario Tommy Bolin: ragazzi che bomba! Spesso capita che grandi artisti, bruciatisi nel giro di qualche anno, pur avendo lasciato importanti testimonianze siano sottovalutati anche a decenni di distanza: è il caso di Bolin. E’ un solenne giramento di palle quando leggi l’ennesima classifica dei migliori chitarristi della storia e non ci trovi mai il compianto ex Deep Purple. A volte il dio della musica fa cilecca: sarà mica quel birbaccione di Zeus sotto mentite spoglie, sempre pronto a correre dietro le gonnelle divine e disattento ai grandi talenti del rock?

Playlist casuale e aerea: tutto porta sempre a tre dischi. Gira e rigira,  svuota e riempi, elimina e aggiungi, quei tre titoli sono sempre lì: mi toccherà metterli sulla carta d’identità in zona segni particolari. Fate Of Nations di Robert Plant: ci ho scritto già diversi post e persino un capitoletto in un mio libricino iniziatico, chi mi ama mi segue ed è già edotto, dunque non fatemi ripetere. Ko de mondo dei CSI: stesso discorso di prima ma con una variante, ovvero non fatemi anticipare nulla perchè devo scriverci già un po’ di cose succulente. Three of a perfect pair dei King Crimson. Già sento infervorarsi il talebano che è dentro di voi: “Ma come, il peggior disco dei KC?”… A parte il fatto che i KC di peggiori dischi non ne hanno mai fatti, ma le playlist personali sono il regno delle più abiette perversioni personali. Un esempio? L’altro giorno ascoltavo a volume notevole il nuovo disco degli Harem Scarem sotto lo sguardo spaurito di mia moglie, che temeva mi spuntasse da un momento all’altro una nube di capelli cotonati su spallne glitterate. Ma la travel playlist serve anche ad avere nuove occasioni d’ascolto, è come vedere il mondo a testa in giù: infatti grazie agli scossoni del treno che mi stanno rompendo le balle da venti minuti – partenza da Roma Termini, mi fiondo in direzione Firenze – ho dovuto alzare per bene il volume, avventurandomi impavido ai confini della sordità. E ho scoperto che non mi ero mai accorto per bene, ma bene bene, che il basso di Tony Levin sul disco è di una bellezza imbarazzante.
That’s all: Trenitalia wishes a pleasant journey.

Business e stones 9 settembre

D.Z.

09-09-2013

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