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Incorreggibile divulgatore di buona musica

Articoli

Moraine: ‘Groundswell’ (Moonjune)

La storia del rock è costellata di “beautiful losers”. Da Syd Barrett a Jim Croce, da Roky Erickson a Nick Drake, all’ombra delle grandi e longeve band c’è stata una moltitudine di splendidi perdenti, personalità eccezionali andate via troppo perso oppure nascoste agli occhi del grande pubblico. Possiamo assegnare lo status di beautiful losers anche a ottimi gruppi, apprezzati dalla critica ma mai baciati dal meritato successo? E nello specifico, il prolifico Dennis Rea può essere considerato tale?

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Alberto Rigoni: ‘Overloaded’ (Any And All Records)

Dove avevamo lasciato Alberto Rigoni? Difficile dirlo, vista la frenetica attività dell’instancabile bassista veneto: al di là della collaborazione con Alexia, di un endorsement con Alusonic con tanto di signature e della nuova operazione Vivaldi Project (con Mystheria), l’ultimo tassello discografico risale al 2012, ovvero “Three Wise Monkeys”.

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Molecole n. 52: Gli Avvoltoi, Plankton Dada Wave, Camera Chiara

Chi vi credete che noi siam. Quando guardi una tribute band o un gruppo che si ispira anche pesantemente al prog, all’hard, al brit e così via, la finzione regna sovrana. Quando invece scopri un complesso – è bene chiamarlo così, entriamo nel ruolo – che si rifà all’estetica beat, ti scappa il sorriso, diventi indulgente, ti fai prendere dallo sculettìo e muovi il caschetto. Credo che il segreto sia l’ingenuità. Quella dei protagonisti del beat italiano, con quella fastidiosissima voglia di accettazione da parte di borghesi e matusa, altro che alterità generazionale. Gli Avvoltoi sono proprio così: un quintetto

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Molecole n. 51: N_Sambo, Edmondo Romano, Carmine Ioanna

Prima o poi dovrò fare un censimento dei folletti psichedelici in Italia. Mi vengono in mente personalità di cui si favoleggia da tempo nell’underground tricolore, da Dario Antonetti a Daniele Caputo, da Maurizio Curadi a Ludovico Ellena, con la benedizione di Matteo Guarnaccia. Poi c’è un ragazzo livornese che all’anagrafe si chiama Nico Sambo, ma che grazie al mistico potere dell’underscore si è ribattezzato N_Sambo e ha tirato fuori dal cilindro del cappellaio matto tre dischi molto intriganti. A me piace l’ultimo, il polimorfico Argonauta (Cappuccino Records), che ha tante facce quante sono le canzoni, per quanti sono i personaggi

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Hedersleben: ‘Die Neuen Welten’ (Hedersleben)

Forever lost in space and time. Un motto azzeccato ed efficacissimo per gli Hedersleben, alfieri californiani dello space-rock che attaccano il jack, si scaldano le dita, si guardano negli occhi, si sintonizzano e saltano, smarriti nel tempo e nello spazio in un incessante flusso sonoro. E’ questa la condizione tipica di ogni formazione di rock cosmico e anche il quintetto di Oakland non è da meno: anzi, nel caso degli Hedersleben il battesimo del fuoco con l’intramontabile Nik Turner è stato un autentico passaggio di testimone.

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Flaming Row: ‘Mirage – A portrayal of figures’ (PRR)

Roba grossa, importante, di quelle da prendere o lasciare. Di quelle che se sei un fan duro e puro, poco disposto a guardare al di fuori del genere, ti ecciti a dismisura; ma se sei un denigratore, userai questo disco per smerdare quarant’anni di onesta musica. Presentazione altisonante per un disco altisonante, ovvero il nuovo lavoro dei Flaming Row, formazione tedesca che per l’occasione sfodera un concept fantascientifico con ospiti e grandiosità varie.

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Molecole n. 50: Paolo Apollo Negri, Classica Orchestra Afrobeat, Athene Noctua

Quale sia il suo segreto proprio non lo so, ma di sicuro se Paolo Apollo Negri dovesse partecipare alle Olimpiadi del Funk, i suoi amati tasti d’avorio andrebbero dritti dritti sul podio. Hello World (Hammond Beat) è il suo quarto album solista, con un paio di novità che suggellano un passo in avanti nella sua fitta discografia: in primis Apollo ha la sua band, un terzetto rock-jazz nero e pulsante aperto – anzi spalancato – alle possibili variazioni sul tema del funk; in secondo luogo, qualche special guest non manca mai, ovvero Noel McKoy (James Taylor Quartet) e lo zappiano

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Poil: ‘Brossaklitt’ (AltrOck)

Sprofondiamo nell’artwork. Questa sorta di grande tela che compone il libretto del cd, un paesaggio mutante tra Grosz, Guarnaccia e Cal Schenkel con donne lascive, peni dappertutto, accoppiamenti bastardi, uomini lupo e Tanit dalle cento mammelle, la dice lunga sul magma sonoro che i Poil scaraventano sull’ascoltatore. Si tratta di un trio alla ELP, tastiere-basso-batteria, ma di grandiosità sinfoniche e piroette virtuosistiche c’è ben poco: “Brossaklitt” è un lavoro ibrido e scoppiettante che unisce generi alti e bassi tra torsioni soniche e tanta trasgressione, portando in casa AltrOck la falsariga di un predecessore assai apprezzato (“Dins o Cuol” del 2011,

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Merging Cluster: ‘Merging Cluster’ (autoprod.)

Band molto interessante i Biofonia. Chi ha seguito con attenzione certe evoluzioni prog-rock nell’ultimo decennio avrà sicuramente incontrato la formazione fiorentina: oggi progetto acustico ma dal 2001 band intelligente nel coniugare prog, canzone e svariate influenze rock. La componente strettamente progressive è diventata oggi esclusivo appannaggio dei Merging Cluster, nuova band che vede due colonne dei Biofonia, ovvero il vocalist Gabriele Marconcini e il tastierista Emiliano Galli.

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Il Tempio delle Clessidre: ‘alieNatura’ (Black Widow)

Tra le formazioni attive negli ultimi anni, insieme ai Gran Turismo Veloce, ai rinnovati Syndone, alla Coscienza di Zeno e pochi altri, i ragazzi del Tempio delle Clessidre hanno mostrato una particolare tenacia, una precisa direzione artistica e una gran voglia di live, diventando così un piccolo ma significativo motivo di orgoglio nazionale. Il disco d’esordio “Il tempio delle clessidre”, complice la presenza di Lupo Galifi del Museo Rosenbach, aveva suscitato l’interesse dei più nostalgici: la prima sostanziale novità del sequel “alieNatura” è proprio un’altra voce, quella di Francesco Ciapica.

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