Aver ricostruito e raccontato la storia di Ko de Mondo – il primo passo, l’inizio di tutto – è stato formativo. Ho vissuto un’esperienza speciale con tutti coloro che parteciparono alla genesi dell’album del 1994, dai protagonisti alle figure nelle retrovie, altrettanto determinanti per la riuscita di un disco che è, come ogni opera d’arte, un organismo complesso, fatto di connessioni, incroci, scambi. Parlare non solo con gli artefici ma anche con chi favorì quel debutto (penso a un gigante come Stefano Senardi) e con chi lo immortalò in immagini (fotografi preziosi come Claudio Martinez e Guido Harari), mi ha fatto sentire idealmente parte di una squadra. Mi era accaduto anche nei miei lavori su Litfiba, King Crimson, persino sui Beatles. Ma il libro CSI mi ha dato qualcosa in più, credo sia nella risposta d’amore.

Ecco perché attendevo l’ufficialità della reunion – visti i rapporti amicali e le frequentazioni con alcuni CSI avevo già notizie da qualche tempo – che ho accolto con gioia e soprattutto curiosità. In questi giorni ho raccolto un po’ di interventi sulla carta stampata (da Federico Vacalebre sul Mattino a Matteo Cruccu sul Corriere, oppure Piero Negri Scaglione sulla Stampa e Nicola Imberti su Domani), ulteriore dimostrazione dell’interesse verso la band. Ho un approccio piuttosto “laico” verso le reunion: mi incuriosiscono quanto basta, mi esprimo solo su quelle che mi interessano e solo dopo averle viste sul palco o ascoltate in studio. Auspico che i CSI non si limitino solo ai concerti ma provino a esplorare e scoprire le possibilità del nuovo: credo che in questo biennio accadranno cose belle.
Buon viaggio.