Col tempo sto apprezzando sempre di più le persone che pensano, parlano e agiscono seguendo delle priorità, che a volte sono urgenti, impellenti. E comincio ad ammirare chi esprime un pensiero forte – laddove forte non significa affatto aggressivo o addirittura autoritario, ma fondato, motivato, strutturato. Una di queste persone è Giovanni Lindo Ferretti.

Da quando condividiamo la stessa casa editrice seguo meglio il suo lavoro distante, annuvolato lassù, in un fascinoso – forse anche studiato… – silenzio. Ogni tanto durante le sue esternazioni mi piace immaginarlo affettuosamente come il “ministro dei temporali” della Domenica delle Salme di De André. Sapevo che nel grembo del suo ritiro montano stava aggiornando il libro del 2022: tante cose pubbliche e private sono occorse da allora (il ritorno dei CCCP, ora quello dei CSI, la scomparsa dello zio Francesco, tanti sommovimenti interiori), così il suo breviario ha acquisito una valenza cosmica nuova, da rivedere e integrare con riflessioni inedite.

Nel testo Giunti dedicato a Ferretti e Zamboni di qualche anno fa, l’ottimo e filologico Michele Rossi ha segnalato In margine a un testo implicito di Nicolás Gómez Dávila (Adelphi, ovviamente); un libro prezioso, che ho letto con gli occhi di Giovanni. Una massima del filosofo colombiano mi ha colpito, la ritengo assai pertinente:

Limitando il nostro uditorio limitiamo i nostri passi falsi.
La solitudine è l’unico arbitro incorruttibile.

Altro non credo vi sia da aggiungere.

Mercoledì 18 febbraio Aliberti pubblicherà Òra et labora – difendi conserva prega, la nuova edizione di Óra.
Lunedì 16 partirà da Roma, da Auditorium Parco della Musica, il suo nuovo spettacolo intitolato Percuotendo. In cadenza.
Leggeremo e ascolteremo.