Infiorescenze.
Qualche settimana fa ho passato Il nome della rosa a Federica. Ci tengo che cominci, grosso modo avevo la sua età quando lo lessi per la prima volta: lo trovai su una bancarella all’alba degli anni ’90, la vecchia edizione Bompiani 1986 con la carta rugosa e le Postille. Da allora l’ho letto tre volte: della prima mi avvinse il taglio giallo, quello di un thriller medievale anomalo e colto; la seconda, un po’ di anni dopo, fu utile per comprenderne l’impostazione storica; la terza è stata preziosa per cogliere i risvolti filosofici e linguistici. La quarta arriverà a tempo debito per insegnarmi finalmente a scrivere un romanzo.
Sono pochi gli altri libri che ho letto riletto straletto. Mi vengono in mente La stanza del vescovo di Piero Chiara; Krautrocksampler di Julian Cope; anche Totò, l’uomo e la maschera di Goffredo Fofi e Franca Faldini. Infine Ogni tanto passava una nave di Francesco Messina. L’ho ripreso per la terza – forse quarta – volta ieri, in occasione di certi studi su Battiato. Il quale aveva ragione: l’eccellenza segreta di Messina è la scrittura.
Ancora una volta mi regala il sapore delle gemmazioni spontanee, della lettura gustosa che accompagna in un altrove ogni volta diverso, un prisma visionario di racconti su Battiato, Alice, l’Ottava, Henri Thomasson, Giusto Pio, lontane vicine quarte vie. Come le sue copertine – penso a L’Arca di Noè, a Legione Straniera, a Mezzogiorno sulle Alpi: in apparenza lineari ma dense di porte, segnali, simboli, micce, altre possibilità. Humour, memoria, citazioni, immagini. Ci si ritorna come per un mal d’Africa. Medio Occidente in fiore.



