Non posso dire di essere amico di Massimo Zamboni – non ancora.
Troppo presto per le mie tempistiche, troppo presto per le sue.
Eppure siamo molto in sintonia dopo tre lunghi incontri negli ultimi tempi, concentrati intorno a tre fittissime interviste.
Siamo entrati in confidenza, propiziati dal tempo e dal luogo.
Il tempo è una risorsa preziosa quando non è urgenza ma attesa. Le interviste – come ogni accadimento – sono un processo: l’attesa è la condizione perché temi chiave emergano dal profondo e si impongano con evidenza. Lo spazio è una dimensione familiare, dove il consueto scioglie l’imbarazzo: la grande casa di Massimo, su un poggio che fa da balcone naturale sui boschi di castagni e pini di Cà de Bigo e Castagneda, è diventata l’ambiente dell’incontro e dello scambio.
Abbiamo fatto esperienza accomunati dalle proprie amate metà che ci completano in un intero e da due idee-forza: la prima è il parlare solo quando si è interrogati; la seconda apparirà su carta in primavera.
[Grazie a Caterina Zamboni per la foto]



