L’anno scorso Albino mi invitò a raccontare i miei dieci vinili preferiti per TAM (Talking About Music) alla Cantina Cicerenella. Tra i 33 giri prescelti non potè mancare Il sole nella pioggia di Alice.

Amo la sua opera, in particolare dalla svolta di Park Hotel in avanti, inclusa la splendida operazione colta intitolata Mélodie Passagère. Raramente artisti italiani hanno avuto certe finezze dal respiro internazionale, e non solo per la partecipazione di musicisti stranieri del calibro di Tony Levin, Jerry Marotta, Richard Barbieri, Jakko Jakszyk e Steve Jansen – perfetti per l’art-pop sofisticato della cantante. Quello che contava, in quei dischi che attraversarono la seconda metà gli anni ’80 per arrivare all’esperimento Charade, era il pensiero.

Ciò che apprezzo della sua musica è proprio questo cammino della pensabilità: l’idea di fondo che anima ogni disco e lo rende qualcosa di diverso rispetto a una banale raccolta di canzoni; la levigatezza della materia prima, in partenza ricca e poi rifinita; la convivenza tra nobiltà e artigianato; le scelte grafiche lievi ma perentorie, merito di una figura che ammiro moltissimo come Francesco Messina.

Ho letto dopo un anno dalla sua uscita L’unica via d’uscita è dentro. Il tempismo in casi del genere non ha rilevanza: siamo lettori curiosi, non centometristi. E poi quando si va veloce si perdono i dettagli. Nel libro ho ritrovato echi della musica di Alice, tra gli interventi intelligenti di Messina e la leggerezza del ricordo, trasparente, grato, pacificato. Come un mezzogiorno sulle Alpi.