Questo quaderno contiene il mio prossimo libro.
È un’abitudine antica, dura a morire – evidentemente mi piace: scrivo sempre su carta, sui miei blocchetti volanti, poi trascrivo al pc. Con l’altra abitudine, involontaria e per ciò ancora più irresistibile, della revisione istantanea, nella maggior parte dei casi radicale: esistono quasi sempre due versioni dei miei testi, una cartacea privata anzi intima, l’altra digitale che poi fa tutto il giro e diventa cartacea anch’essa, ma pubblica.

La mia parte adolescente scrive le frasi sulle copertine.
In alto “Quaderno delle albe”: gran parte di questo libro (e anche alcuni frammenti del successivo e un’idea-architrave per l’altro) è nato all’alba prima di cominciare a lavorare, nel silenzio elettrico dopo aver fatto mangiare gatti e cane, tra l’odore del caffè e l’attesa di Rosaria che rimette in moto tutto.
A sinistra due motti vitali: “Nulla die sine linea” di Plinio il Vecchio, “Don’t Lose Your Inspiration” di Neil Peart. Per non disperdere idee, stimoli e pratica, per alimentare la parola, è necessario scrivere sempre, ogni giorno, senza sosta, in una sorta di autonutrimento, οὐροβόρος di inchiostro e carta.
A destra, incolonnato, “Qua una volta era tutto male”: a metà giugno, quando il libro uscirà, si capirà anche questo.

Sullo sfondo il librone del mattino, lettura albeggiante del Venerdì Santo, con Il Trittico della Madonna di Montserrat di Bartolomé Bermejo (fine XV Sec.): è custodito nella sacrestia della Cattedrale di Acqui Terme, mia amata ma lontana città materna. Qui servirà un quadernone, tante saranno le cose da raccontare.