A cavallo tra 2025 e 2026, in questa porta aperta chiusa senza soluzione di continuità, ho salutato vecchio e nuovo con un disco e un libro. Gli ultimi saranno i primi, si disse.

Ho ascoltato ripetutamente, girato e rigirato, l’LP n. 39 di Bob Dylan, una macchia scura elettrica groove-folk. Mi piace mettere le dita e ficcare il naso nella filigrana odorosa di pedal steel, pulsazioni ritmiche del profondo e la voce arcobaleno nero come un attore che abita le melodie. Ho centellinato la polvere mistica del diario di viaggio di D.H. Lawrence da alcune città della Dodecapoli, deserto tirrenico tra asfodeli e montarozzi. Ho provato l’esperimento di rileggere con gli occhi di Earl Brewster, il pittore buddhista suo compagno di viaggio: chissà cosa avrà sentito scoprendo tra le necropoli assolate, mentre dall’altro lato della Maremma la volgarità del fascismo dilagava, la sapienza del piccolo Tagete o Fufluns coi delfini dionisiaci.

Nelle postille al Nome della Rosa Umberto Eco stabilì un assioma: l’autore dovrebbe morire dopo aver scritto, per non disturbare il cammino del testo. Morire e sparire, durante e dopo l’opera. Bisognerebbe parlarne con Lucio Battisti e Mark Hollis. Mr. Dylan e Mr. Lawrence qui non sono morti, anzi sono presenti, vitali nel suono della parola e nella potenza del rimando all’altrove. Eppure non ci sono del tutto e nel passo indietro rispettano l’idea, per tornare a Eco, che l’opera è una macchina per generare interpretazioni. Con Dylan, poi, la cosa si fa ancora più interessante perché la sua assenza ci induce, ricordava Paul Nelson, a indagare persino nei suoi mozziconi di sigarette, a cercarvi ossessivamente un segno. Che arriva sempre, ed è anche succulento.

Un segno comune l’ho trovato, piccolo, transitorio ma promettente. Lo ha lanciato Bob nel 2020, lo afferrò David a ritroso nel 1927 ma arriva da lontano, da prima di loro, da una gospel song del 1873: Give me that old time religion, it’s just what I need.