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Upside Down Roots.
Il buddhismo mi ha insegnato a osservare il mondo da un altro punto di vista. A volte laterale, più spesso a capa sotto: cadono le monetine dalle tasche, i pavimenti diventano soffitti con i mobili appesi, i capelli coprono gli occhi ma non è importante vedere. Conta sentire, il viatico per empatizzare.

È un buon allenamento, e anche quando diventa seconda pelle resta un training utile per la comprensione. È come guardare il retro del disco per capirne il fronte. Nella logica antica dell’album-esperienza è ancora più veritiero.

Come Radici, disco adorato per fatti nostri di locomotive, bambine portoghesi, incontri e piccole città. Mi ha sempre fatto divertire lo sguardo austero e la posa rigida degli avi, in contrasto con la coppia gotico padana in back cover. Quante volte mi sono ritrovato a scrutare Francesco, Roberta e il micio mimetico che quasi scompare. Gli scarponi di lui e i calzari di lei. Le chiome. Le spalle e i fianchi. Il sorriso di lei che si agita nei fondali, il granello di ironia che sta lì arginato con difficoltà.

Oggi è il secondo del quinto dei dodici:
Ben venga Maggio e il gonfalone amico
ben venga primavera,
Il nuovo amore getti via l’antico
nell’ombra della sera.