Acqui Terme è la città di mia mamma. Per motivi di genetica territoriale, è anche la mia. Ma le città sono come le persone: non si possiedono, non ci si lega con un rapporto di proprietà. Sono comunità, aggregati di individui: meglio parlare di appartenenza. Del sentirsi parte.

La mia appartenenza ad Acqui è antica, legata al passato, ad antichi vissuti infantili, poi adolescenziali. Alla nostalgia. Ricordi di odori, memorie di tagli di luce. L’androne ombroso della casa di mia nonna, il pulviscolo di certi tramonti profumati, le lunghe passeggiate monferrine tra il verde e l’ambrato, la torrefazione a pochi metri dal fiumiciattolo lento stagnante – il caffè e la focaccia ancora in bocca, l’angolo con i funghi secchi. E andare su dal Duomo.

Proprio lì, nella sagrestia della Cattedrale di Acqui, è custodito un tesoro del Rinascimento: il Trittico della Madonna di Montserrat di Bartolomé Bermejo. Una storia avvincente, dipanatasi tra Piemonte, Liguria, Spagna e Fiandre, che ho voglia di studiare. Non so se ne scriverò, se la incrocerò a quella di mio nonno, altra storia da approfondire lasciata per troppo tempo in sospeso. Mi incuriosiscono il tempo e il cammino. Il Trittico fu commissionato a Bermejo, il più importante pittore spagnolo del XV Secolo, da Francesco Della Chiesa, un ricco mercante di Acqui che aveva base commerciale a Savona ma nella seconda metà del Quattrocento risiedeva a Valencia. L’opera fu realizzata tra il 1480 e il 1490, è un trittico con ante laterali, che chiuse mostrano l’Annunciazione. Una volta aperte, colpo di teatro. E poi Monferrato e Montserrat suonano simili.

[Foto tratte dal sito I Tesori di Acqui Terme – ideato e realizzato dal Lions Club Acqui Terme Host].