Da ragazzo aiutavo papà a prendere la legna per mia nonna. Andavamo a comprare la scorta invernale alle porte di Giffoni da un tizio che usava un idioma poco comprensibile – era anche il sosia brutto di Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Dante era ingegnoso e aveva escogitato, secondo principi di minima dispersione dell’energia e massimo profitto, un articolato sistema di carrucole: il transito via fune dal trerrote arancione in strada alla dispensa di sopra era praticamente immediato.

Il secondo passo della pratica invece era rituale, celebrativo. Con oculatezza Dante selezionava il tronco esemplare, un truccaniello che rappresentava e sublimava, come un perfetto biglietto da visita, tutto l’acquisto di legna appena fatto. Portava l’oggetto cerimoniale da mia nonna che lo accoglieva sciogliendosi in un profluvio di complimenti: Uh quant’è bello stu truccaniello e così via.

Ci stavo pensando domenica mattina durante la sistemazione di una ventina di quintali di legna in apposite cataste – senza Dante ingegneristico, senza carrucole comode, senza nonne vezzeggianti. A volte svolgiamo certi lavori con meccanicità: nonostante l’insegnamento dello yoga, che ci invita a rompere gli automatismi grazie alla consapevolezza, penso che la fatica o la lunghezza dell’opera favoriscano questo procedere un po’ ipnotico, che ci fa annegare nel flusso dei pensieri.

Per fortuna ci pensano i tronchi a fare da promemoria, a offrire shock addizionali. Come questo che mi sono ritrovato tra le mani. Cosa sarà mai quell’alone? Ho immaginato la risposta di nonna Elvira, che avrebbe recitato un emozionante poema dialettale in omaggio al centro del tronco: una farfalla con tre ali, un trifoglio fortunello, un terzetto di cuori, un angelo che si libra in volo. Al centro della vita.