1972. Annus mirabilis per la storia del rock, specialmente in Italia. Anno di festival e debutti discografici, di classifiche rivoluzionate dall'avvento delle nuove rock band. Anno di grandi risultati: il boom della PFM di “Storia di un minuto”, l'exploit degli Osanna con “Milano Calibro 9”, la popolarità delle Orme di “Uomo di pezza”. E il Banco. O meglio ancora: il Salvadanaio.

Raramente un oggetto ha raggiunto un così dirompente impatto iconico: merito dell'idea – non solo della copertina – e del concept tutto nuovo, ovvero quello di racchiudere un disco in un oggetto così familiare e concreto, rendendolo parte integrante dell'opera. Un'opera che ancora oggi, non solo in Italia, è considerata tra i più alti e ingegnosi capitoli della storia del rock. Doveroso celebrarne i 40 anni, soprattutto di fronte alla memoria collettiva italiana, solitamente breve e quotidianamente aggredita da sensi di colpa, critiche alla cultura, pubblicità subliminali e altri fattori patogeni.

Certo le leggi del revival e della spremitura del back catalogue sono dure, ma con buon senso e rispetto del pubblico si possono anche realizzare opere celebrative convincenti e meritevoli, Fripp docet. “40 anni” invece è un cofanetto un po' indeciso, un'operazione con luci ed ombre. Box con Salvadanaio remasterizzato, libretto fotografico con la storia del making of firmata Sandro Neri, tre inediti e tre live-tracks: un contenuto apprezzabile che farà gola ai fan del BMS, con testimonianze di prima mano che sottolineano alcuni aspetti del disco mai approfonditi.

Premesso che la miglior celebrazione è sempre quella live (e da questo punto di vista il Banco si sta dimostrando attivo, come confermano “RIP”, Metamorfosi” e “Traccia” tratte dal concerto a Stazione Birra del 28 aprile scorso), “40 anni” ha dei difetti per niente trascurabili. Innanzitutto non c'è un eclatante fattore novità nel disco del 1972: i remasters non sono nuovissimi, dovrebbe trattarsi infatti di quelli del digipack BMG del 2001. Si percepisce nettamente la natura frettolosa: il libretto ha numerosi refusi (Woodstok, Hisemann, Innocenzi, Wisky etc.) e tante foto sono off-topic, trattandosi di scatti successivi al 1972.

Interessante invece la scelta di aprire l'archivio per fare luce sull'opera rock “Francesco”: il BMS stava già lavorando al progetto nel 1972 ma la sospensione degli annunciati finanziamenti della Regione Umbria causò la fine dei lavori. Vittorio Nocenzi ha recuperato le partiture di “Polifonia”, “Tentazione” e “Padre nostro”, risuonandole insieme ad alcuni collaboratori come Tom Sinatra e Carlo Micheli: brani affascinanti, densi di richiami e suggestioni, che lanciano un ponte tra il Vittorio del 1972-3, musicista pieno di impeto giovanile, e il Nocenzi attuale, compositore trasversale e colto. Peccato che a risuonarli non sia stato il Banco: la continuità sarebbe stata il vero fiore all'occhiello di questo cofanetto, suggerito ai cultori ma non così indispensabile.

http://www.bancodelmutuosoccorso.it

D.Z.