In una puntata del 1978 Fonzie facendo sci nautico con il giubbotto di pelle saltò uno squalo: cominciò in quel momento il lento declino di Happy Days, una decadenza talmente celebre che ancora oggi, quando un prodotto televisivo comincia ad inabissarsi, si usa dire “jumping the shark”. Quando i Djam Karet hanno saltato lo squalo? Domanda difficile anche perchè la formazione californiana è tra le poche, ultime e grandi certezze del “vero” rock indipendente e di qualità che il panorama internazionale conosca. Eppure c’è stato un momento in cui abbiamo percepito che il genio di “The ritual continues” e “The Devouring” andava ridimensionandosi: è stato in seguito a “A night for Baku” (2003), in quel periodo in cui l’improvvisazione non era più un magico momento di luminosa espansione ma qualcosa di prevedibile e scolastico.

Non a caso negli ultimi anni Gayle Ellett e soci hanno tentato altre vie, esplorando l’acustico e l’elettronica con divisioni più nette, poco assistiti da quella “fata buona” tanto cara ai King Crimson. “The Trip” è l’occasione migliore per riflettere sullo stato di salute dei nostri, un disco che si presenta allettante e ghiotto: un unico brano di quasi 50 minuti, la line-up migliore (Ellett-Henderson-Kenyon-Murray-Oken jr.), la consueta idea di composizione estemporanea sempre più “nuda e cruda”, vista l’assenza volontaria di qualsiasi compressione.

La lunga intro minimalista (17 minuti) fa da preludio ipnotico all’esplosione elettrica, che simboleggia il nucleo pulsante del brano insieme alla rovente reprise finale. Più che una suite lunga e articolata, si tratta di un fermo-immagine da un’altra galassia, un’esplorazione di due componenti costanti nella poetica karetiana, ovvero l’anima rock fluviale e dirompente, circondata dall’elemento visionario alla tedesca con qualche spunto acustico. Mai come in questo sedicesimo album i DK puntano sull’esperienza psichedelica, consigliando l’ascolto in cuffia per gustare meglio il viaggio dal sapore floydiano.

“The Trip” è un’avventura che catturerà l’attenzione dei fan del gruppo di Topanga ma difficilmente ne porterà di nuovi. Peccato che non fornisca una sintesi dell’universo parallelo esplorato dal gruppo in più di un trentennio: “The Trip” conferma gli standard di classe ai quali i DK ci hanno abituato ma da una band del genere è sempre lecito attendere uscite sorprendenti, che facciano la differenza.

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D.Z.