Inossidabile. Se dovessimo trovare un aggettivo per Nik Turner, non potrebbe essere che questo, viste la longevità e l’intensità della sua esperienza musicale. Ma se volessimo una presentazione ancora più adeguata, “Space Gipsy” sarebbe quella perfetta. Non è un caso che si intitola così anche il suo nuovo disco, più che mai celebrativo di una storia trascorsa tutta all’insegna del rock cosmico.

Il fondatore degli Hawkwind torna con un album profondamente imbevuto di quello spirito e di quell’estetica, a cominciare dalla copertina in stile tarocchi crowleyiani che fa il verso alle migliori prove di Barney Bubbles. “Space Gipsy” mette insieme vecchi e nuovi amici, dall’antico sodale Simon House a Steve Hillage, da Jeff Piccinini prelevato dai punkettoni Chelsea e Nicky Garratt dagli UK Subs fino a Jurgen Engler, direttamente dai Krupps. Il risultato è esaltante se siete indomabili aficionados, oppure prevedibile se dal buon vecchio Nik attendevate qualcosa di diverso. Il disco infatti esplora ambienti familiari, con uno space rock indubbiamente aggiornato e anche accattivante nei migliori episodi (dalla ballata delle galassie “Galaxy Rise” alla sfida con Hillage in “Anti matter”), ma il rituale spaziale – per quanto ogni liturgia abbia nella ripetizione una componente fondamentale e costitutiva – non stupisce più come un tempo.

Il gorgheggio siderale della martellante “Fallen Angel STS-51-L” proviene direttamente, senza interruzioni spazio-temporali, dal sound abrasivo e vorticoso degli anni ’70; la presenza di due musicisti di estrazione punk avvicina tutto al riffone graffiante, quasi sfrontato, ma quando Turner imbraccia il sax ed è sostenuto dal tappeto volante del mellotron (“Joker’s Song”), oppure laddove si percepisce il sapore della jam a tutto spiano (“Time Crypt”, “The visitor”) è impossibile resistere.

Un disco per amanti incalliti, ma anche per neofiti che cominciano ad avvicinarsi alle gioie stellari dello space rock.

www.nikturner.com

D.Z.