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Ascoltare le reazioni del pubblico – il respiro, l’occhio sgranato, il sorriso del “ma questo lo sapevo” – è necessario.
Col feedback della sua tempesta elettrica Jimi Hendrix ha eretto muri di suono. Con quello umano di chi ci ascolta noi piccoli raccontastorie possiamo costruire percorsi di senso.

Alla fine di ogni conversazione c’è sempre chi mi dice: Ma quante cose non sapevo, non vengono mai raccontate!
Faccenda complicata.
Intanto credo che con la diffusione del sapere oggi tutto sia raccontato e a portata di tutti. Casomai è il punto di vista motivato, documentato, distaccato (l’intempestivo di Roland Barthes come chiave di lettura del contemporaneo), a latitare.

E poi la responsabilità dei media. Sempre gli stessi aneddoti, sempre la solita concessione dall’alto degli spiccioli narrativi. C’è ancora tanto da dire su Beatles e Battisti, dal contesto storico-discografico alle connessioni extramusicali.

Infine credo esista una legge delle proporzioni pop: maggiore è la fama dell’artista, minori sono gli approfondimenti competenti. Quando le canzoni diventano pezzi di cultura popolare ascoltati e stratificati si corre il rischio che anestetizzino la curiosità. Quando ad esempio racconto la genesi della Canzone del sole o di Something, mi viene restituito lo stupore: ma non lo sapevamo che dietro quel pezzo ci fosse una storia!
Colpa del sistema che reitera il consumo di canzoni di consumo, vicolo cieco. La voracità impedisce l’assimilazione, il metabolismo si altera; conosciamo il pezzo a memoria ma ne ignoriamo le premesse e le conseguenze. Bisognerebbe tenere a mente la natura della canzone come processo.

Credo che un pezzetto di questa insidiosa riflessione sia emerso oggi, in un fruttuoso pomeriggio durante il quale ci siamo lasciati andare nella fine di due decenni d’oro per la cultura popolare.
Grazie a Unisannio per l’opportunità, alla prof. Tortorella per gli onori di casa, a Alessandra Fiorenza per le letture, a Giuseppe Cavaiuolo e Andrea Bozzi per le musiche, a Angela Del Grosso per le foto.