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La solitudine del frammento.

Amo gironzolare nel backstage vuoto, tipico dei pomeriggi di attesa prima del soundcheck.
Mi piace annusare le tracce delle serate precedenti, stanare le orme pesanti della stanchezza, camminare sulle scie gloriose dei trionfi.

Ieri mentre un Luca Aquino solitario soffiava in prova tra tromba e flicorno, mi sono aggirato tra i camerini a sbocconcellare, colpito dai nomi affissi su ogni porta. L’unico chiuso si chiamava Saffo.
Lampi e ricordi di antiche letture.
Frammento 182. Una sola assoluta parola: ἰοίηv. Che io possa andare oltre.
La poesia più breve della storia, la più infinita, un misterioso slancio utopico nella speranza di un altrove.

Ieri sera a nostro modo siamo andati oltre.
Gli storytelling degli anni precedenti erano legati al passato remoto, stavolta ci siamo spinti in quello prossimo, gli anni 90 tra Seattle, Oxford, la California.
Grazie di cuore ai miei fidi compagni di viaggio e di storie.
Abbiamo immaginato una reinvenzione esoterica del grunge e dell’altrock, una trasfigurazione che credo abbia sorpreso anche noi stessi. Grazie al prezioso pubblico del Roccella Jazz Festival: educato all’ascolto rispettoso e all’attenzione da oltre quarant’anni. Una rarità.

Come sempre, sgancio la scaletta autografa post concerto, riscritta nell’afoso isolamento di un camerino spalancato ai silenzi.