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Nei villaggi di frontiera guardano passare i treni.

Qualche giorno fa eravamo alla stazione di Donoratico. Abituati ad allestire Covergreen in ariose piazze sul mare, chiostri esoterici o intimi larghetti, eravamo un po’ straniti durante il montaggio pomeridiano della mostra di Paolo Mazzucchelli.

Col passare delle ore e il transito dei viaggiatori, o degli stessi avventori del bar, la perplessità è diventata sorriso. Il luogo ha perso la sua natura indefinita per acquisire un’identità nuova, anche se temporanea: anello di transizione da un punto all’altro, corridoio di pensieri e passi a occhi bassi, è diventato il nido di accoglienza con immagini e musica.

Arrivi e partenze, mestizie e speranze, assistite da copertine storiche: Mapplethorpe che sceglie l’ottavo scatto su dodici per l’icona di Horses; Richard Avedon nell’iride lucente di Simon and Garfunkel; Lou Reed seppiato scuro da Oliviero Toscani; la mutazione di Elvis in Clash con London Calling. Bianco e nero pop, station to station.

Stavo amabilmente chiacchierando, tra un passaggio e l’altro, col Panicucci. Dialogo in bianco lennoniano. Dall’altro lato della piazzetta sorridevano, ci osservavano, chissà quale arcana trama confidenziale evocava la nostra conversazione.

Scatto rubato di Federico.
Il quale non sapeva che all’ordine del giorno improvvisato avevamo i seguenti cinque argomenti:
I. Incontro spirituale nelle campagne toscane: suggestioni e dubbi;
II. Steve Howe e la completezza del chitarrista;
III. Studiare studiare studiare e non fermarsi mai;
IV. I concerti visti negli anni 70 a Roma dal mio fortunato interlocutore (Santana, Pink Floyd, Van der Graaf etc);
V. Il tempo rivela le qualità degli umani: anche le stazioni.