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Avevo un curioso professore di diritto commerciale.
Benché fosse uno dei luminari indiscussi della pallosissima materia, di cui era divulgatore autorevole con i suoi manuali, mi faceva sorridere il suo modo svenevole di esprimersi. Pose effeminate e inflessione vomerese, gusto affettato per la retorica da vetusto gagà meridionale, aveva uno sconfinato repertorio di brocardi latini. Si beava della sua evve moscia fantasticando chissà di quale ascendenza nobiliare, il suo frequente ripetere “ab immemovabili” proveniva più dal narcisismo gaio che da esigenze didattiche.
Quando comincio a scrivere un libro parto sempre ab immemorabili. Con erre maschia.
Raccolgo spunti antichi, caduti negli abissi del tempo ma mai così vivi e presenti. A volte un disco rock può essere simile a un poema sinfonico: il primo passo extramusicale diventa l’idea fissa che anima e struttura il percorso. Spesso tracima e pervade la scrittura. All’orizzonte un nuovo lavoro evenemenziale, una carovana di meditazioni.