Piove. Cielo biancastro sporco e lanuginoso, pioggia battente sulla lamiera in movimento. Irpinia grigia e maledetta, quanto sei bella quando il cielo è terso e ti illumini di verde, quanto sei stronza quando la mandi a catinelle, poi ti lamenti che un sacco di gente chiama Avellino “Il pisciatoio d’Italia”. Mi hai sorpreso nel tuo languido abbraccio di questa domenica mattina, proprio quando stavo schizzando a motore rombante verso Napoli a prelevare le mie due cucciole (sì perchè lo è anche la grande, non solo la piccola che è cucciola in pectore) e mi hai schiaffeggiato con questa caterva d’acqua che i partenopei chiamano – con fare molto immaginifico – “‘o pata pata ‘e ‘llacqua”… Meno male che c’è David.

David Crosby, ovviamente, che ha da poco pubblicato il suo nuovo album Croz proprio per allietarmi una plumbea mattinata sospesa al Gran Bar Moccia, mio amato luogo di transito dalle porte aguzze del Sannio ai rilievi boscosi irpini, planando verso le ampie distese salernitane e napoletane. Sia benedetto Croz, e da tempo immemore. Ricordo ancora la prima volta che ascoltai quella grazia di Dio di If I could only remember my name: fui travolto da cotanta bellezza, da una visione westcoastiana di oceani sterminati e bagliori al tramonto, di amici che scappano a suonare intorno al fuoco prima del diluvio, prima che il riflusso porti via sogni, slanci e paradisi, serrandoli a tripla mandata e pigiando play su cassa in quattro, lustrini e sculettii. Fu in quel momento che nacque l’idea di un libro che solo mia moglie conosce e che presto vedrà la luce, for your pleasure.

Come Bruce, Bob, Neil, Leonard, Paul & Art, Van, questa musica arriva a salvarci. Se è vero, come diceva Artaud, che chi scrive, suona, canta e recita lo fa per scappare dal suo dannato inferno, certa musica americana prorompe dalle viscere demoniache e ci tende una mano, ci accompagna ammansendo per una volta i diavoli elettrici in fibrillazione. La voce di David è immutata, come la bellezza imbarazzante racchiusa nella magia di una scultura: magari avrà usato gli accorgimenti tecnici per conservarla, ma a me piace pensare che ogni notte, prima della schopenaueriana rinascita mattutina, le Muse scendano dal Parnaso e gli sussurrino dolci parole. Lui e la sua musica sono stati una compagnia molto frequente su queste strade, battute da tempi immemori dal sottoscritto: le percorrevo quando andavo e tornavo dall’Università sconsolato annoiato immiserito, le affrontavo col cuore in gola quando la meta erano le vette del Terminio alla ricerca di preziosi silenzi, le sfilavo sicuro e baldanzoso quando andavo a lavorare a Battipaglia alla comunicazione di un’opera rock.

Oggi ne ho assaggiata una piccola parte, bagnata fradicia e tempestata di schizzi e scrosci, poi ho fatto dietrofront di corsa. Come sempre accade quando c’è quella scintilla che mi urla di scrivere, devo correre al pc a buttare giù tutti i pensieri prima che fuggano, birichini e monelli come la risposta dell’I Ching, che devi essere lesto ad acchiappare tra il volo delle monetine e il mettersi in riga delle sei linee. Quello che leggete non è che la pallida e impoverita copia del primo pensiero – quello dell’angelo. Potrei registrare al volo quanto mi arriva in mente, trascriverlo subito per preservare l’incanto, ma mi sentirei più povero io: accontentatevi di questo fioco barlume di memoria. Non scrivevo da tempo, tra l’altro. Il diario languiva da un bel po’, probabilmente perchè legato a una grossa novità che si farà avvistare da voi fedelissimi tra qualche mese, quando sarà finito il nuovo libro che sto buttando giù: proprio ieri ho trascorso mezza giornata con una lunghissima intervista da sbobinare e che sarà l’ossatura di questa nuova esperienza, dedicata a un gruppo di musica radioattiva, jazz-rock d’assalto, urticante e internazionalista. Non vi dico altro perchè se avete fatto il giusto upgrade alle sinapsi avete subito capito di chi sto parlando. Per ora ringraziate anche voi Croz. Piove Bellezza.

Irpinia rain 9 febbraio

D.Z.