Quando ero ragazzo Telecapri e Canale 21 mandavano in onda, di solito nel primo pomeriggio, i film di Mario Merola.
Premesso che a 51 anni è possibile rivelare senza complessi di colpa i propri guilty pleasure, oggi posso dire che guardavo quei filmetti ammirato, a volte rapito dalla combinazione tra la pochezza del plot e la longevità delle storie. Mi incantava il ventre visivo e sonoro fatto di gestualità marcata, quasi sempre ai limiti dell’eccesso; di ugole e sopracciglia così esplicite, populiste, mai sottili o allusive; di schematismi arcaici che cozzavano con la modernità in una dialettica che rivelava tanto. Una vitalità che sgorgava dal sottomondo, possente, ti veniva addosso, un benefico magma di umori.

Mi vengono in mente i superclassici I figli so’ piezzi ‘e core, Carcerato, Zappatore, la doppietta micidiale – nel bene e nel male – Tradimento/Giuramento. Mi vengono in mente le reazioni di mia mamma portatrice sana di piemontesità (che mi ha trasmesso e che domina il mio essere, ma con giudizio e con misura):
– Togli quella roba cafona! Non si possono vedere quelle cose! Cambia canale!

Nel mio consueto peregrinare in città, quando disattivo la memoria interiore e lascio andare i piedi mi imbatto sempre in luoghi inattesi. È il bello del perdersi per ritrovarsi in un’altra memoria, come i palazzi di Chiaia che affacciano le chiappe su Toledo – o viceversa. Camminando tra gli odori del meticciato di Corso Lucci – rive droite – ho beccato in pieno un muro rosa, angolo via Ciccone. Impossibile non immortalare la targa realizzata vent’anni fa da Domenico Sepe, impossibile non arrendersi al ricordo di Telecapri e di Tommaso Maffettone che, sapientemente aizzato da Vincenzo Cacace (Carlo Giuffré), attaccava tutto impettito ‘O Vascio di E.A. Mario.

Sant’Anna alle Paludi state of mind.