Egli è il Buddha Arboreo.
Siede da qualche tempo su ciò che resta di un pino lungo e grande e verde, un discendente degli Antichi Ent. Veniva da un tempo prima di noi, poi un improvviso male linfatico lo ha spelacchiato, storto e rinsecchito, a rischio di rovinare sull’abitato. Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma – con riconoscenza: lo abbiamo tagliato e grazie a lui abbiamo riscaldato la casa negli ultimi mesi invernali.
Il Buddha seduto sul tronco – il suo regno-giardino tra gatti, topiragno e fiori di glicine – si è ambientato perfettamente. Ha quasi messo radici, tanto da ingannare la lumachina ignara della sua metallicità. Da una decina di giorni è adagiato su una nuova superficie levigata, degna del suo rango principesco, circondato da fiori che appassiranno, a ricordarci ancora una volta la Lezione della Impermanenza.
Ne abbiamo tanti, in casa e fuori. Piccoli sacri promemoria che ricordano il passaggio, l’attenzione e la presenza.



