Lo avevo avvistato da tempo ma ho aspettato per prenderlo a Napoli.
Mi dava una sensazione di pienezza terrosa e sanguigna l’acquisto lì, dopo l’attesa, dopo il richiamo del bianco Einaudi, e l’impatto ogni volta magnetico con la sguessa del Principe, icona pop come poche.
Non conoscevo Francesco Piccolo se non di fama – sceneggiatore e autore prolifico, Premio Strega nel 2014. Non lo conoscevo perché presuntuosamente non mi interessava, non ho buoni rapporti con la letteratura italiana contemporanea, ho poco tempo e troppi classici da recuperare per interessarmi ai libri ideali per certi ambienti da pensionate chic con la nostalgia di antichi pruriti. Il suo Totò però non potevo perderlo, e ho fatto bene. Sono tanti i libri su Antonio de Curtis, troppi quelli che raccolgono solo le battute, inutili e tristi perchè le separano dalla corporeità, dalla pancia prepotente di un attore che era ritmo, musicalità, anarchia, fisicità gommosa e tagliente al tempo stesso, irriverenza, miseria e nobiltà. Questo è un lavoro rispettoso, equilibrato, delicato.
Ho apprezzato molto la scelta del tema, lo scorcio finale di vita del Principe, uno sguardo su una fase dolorosa, scura, con una scrittura lieve, piana – cinematografica, direi. Chissà perché mi è venuto in mente un Johnny Cash napulegno, che si aggirava nottetempo alla Sanità in segreto, o che vagava inquieto senza sonno nelle lunghe e larghe sale della sua dimora ai Parioli. Piccolo non ha incentrato il libro sulla cecità – troppo scontato – ma su un aspetto più sottile, difficile da maneggiare: il rimpianto per le occasioni sfumate, non colte, non andate in porto, ad esempio il desiderio di girare con Fellini.
Cosa darei per poterlo vedere come lo vide per la prima volta Ninetto Davoli quando andò a trovarlo con Pasolini nell’estate del 1965. Uscito dall’ascensore, oggetto curioso nel quale entrava per la prima volta dopo anni di vascio romano, Ninetto vide aprirsi la porta: apparve un Totò buio, riservato, distante, con una vestaglia rosso cardinale, con tanto di pon pon. Si dice che la risata di Ninetto ancora oggi riecheggi tra le nuvole.



