In cauda venenum.
Questo motto latino alludeva allo scorpione che custodisce la sua arma mortale in coda, nella punta acuminata. Si usa – anzi si usava: è da tanto tempo che non lo sento – quando qualcuno esordisce con un discorso suadente e accattivante, ma riserva alla parte finale la stoccata velenosa.
Nella coda però non ci sono solo il male, il dolore, l’attacco a sorpresa. A volte si trova il senso del tutto. Accade in tanti dischi, dalla canzone-mondo A Day In The Life all’estremo esito di I Can’t Give Everything Away in Blackstar★. Spesso nel fondo si trovano le canzoni motrici, pulsano da dietro e muovono in avanti: dal retro certe spinte funzionano bene. Il Treno chiude, sigilla, accommiata questo doppio disco desertico irpino-americano, fatto di filigrana sabbiosa sin dalla copertina. Un ‘opera arcaica e seppiata che scopre il suo senso ultimo nell’uccello di fumo nero metallico: ha bucato la notte e porta via al mattino chi deve andare, portando con sé la scanata di pane e la speranza. Come il papà di Vinicio Capossela, artista per il quale ho una altalenante forma di ammirazione critica.
Lo ammiro per lo spirito fanciullesco con cui si immerge nel suono, nella letteratura, nel terreno vecchio e nuovo, per indagare ed esplorare; per l’immaginario che ha creato con il suo nutrimento, per la cultura del Novecento alla quale attinge in continuazione – da John Fante a Dylan Thomas, tanto per citare un seme antico e uno recente – e per la finezza di canzoni come Il Treno. Credo sia la mia preferita tra le sue: Morricone dirige i Giant Sand nella macchina del tempo. Da sola vale intere discografie di cantautorini piagnucolanti col pisello moscio. Ma questa ammirazione si incrina quando Capossela butta tutto in caciara, quando dà il la al festone rumba-polka-samba-mazurka tutti uno addosso all’altro zompazompa volemosebene, con le fisarmoniche che svettano in buona posizione nell’elenco dei allergeni che eccitano la mia asma. A volte noi presuntuosi segni d’aria siamo irritati dagli aerofoni.
La parte colta e creativa valorizza quella popolare e tradizionale, la scrittura raffinata d’autore convive con la baldoria da libera uscita. Insieme hanno il senso della polvere e dell’ombra. Quello che siamo ce lo portiamo addosso.



