Le nocelle ‘nterrate avevano un sapore speciale.
Altro non erano che nocciole ricoperte di zucchero croccante. A voler essere precisi dovremmo dire nocciole pralinate, ma in zona picentina l’occhio coglieva principalmente la copertura terrosa della nocella, così il pensiero cedette alla lingua l’evocativo aggettivo ‘nterrate. Vivendo in mezzo alla terra è difficile immaginare altro. Ho scoperto che i toscani le chiamano addormenta suocera: che gli dèi del cinismo li abbiano in gloria.
E quanto erano saporose le poche noci raccolte ai piedi di quegli alberi occasionali tra i filari storti di noccioli abbascio ‘re ‘ppietre. Così si chiamava la campagna di mio nonno: un nome non proprio invitante, forse dovuto alla stradina sassosa che da Occiano conduceva lì, alle porte di Giffoni, ogni passo una nuvola di polvere che nel mio immaginario evocava la terra povera di Pane amore e fantasia, la bersagliera e l’asino Barrò.
Ammiro tanto il lavoro sulle radici di Vinicio Capossela. Noi sradicati lo comprendiamo nel profondo: avviene dapprima tramite contatto con l’ombra, che non è rassicurante – le folk songs non rassicurano, diceva Bob Dylan. Il primogenito di un salernitano dell’entroterra e di una alessandrina affacciata alla Liguria, entrambi collocatisi altrove, vive provando a dare un nome e un volto allo spaesante e disurbano senso di non sentirsi mai a casa da nessuna parte – quindi nel cercare casa ovunque. Ma superato il cinquantesimo, con la voglia di raddrizzare un po’ di punti interrogativi, pulsa dall’ombra il desiderio di togliere la polvere per osservare le due radici.
Quella di Capossela, delle Canzoni della Cupa, non è la mia terra. La sua terra dell’osso spolpata e assolata è lontanissima dall’Alto Monferrato materno, un po’ meno dai Monti Picentini paterni, come l’Accellica, il Mai, Pizzo San Michele e Faiostello, un incrocio verde acuminato di province prima che spunti l’Appennino Lucano. Terra lontanissima come le canzoni del disco Polvere, secche e arse: ma nelle mie memorie di bambino torna qualche eco di quel mondo desertico premoderno. Come il lungo interminato strascico di feste paesane, di luminarie povere, di signore con le rughe antiche andate a piedi a San Gerardo con una sfilza di nomi curiosi tipo Caposele Materdomini Calabritto, il mercato del sabato mattina con la banconota verdegrigia da 500 lire in corso fino al 1979 per comprare la coppa del nonno, la madonna delle grazie ogni 2 luglio con la banda in versione small ensemble e la cadenza marziale dell’Aida del Maresciallo Carotenuto, il bambino con la pelle sporca che ripeteva fifone fifone fifone, il concerto di Little Tony a Sant’Eustachio col martelletto della zia Luigia, la maglietta bianca con la scritta DONATO grande così tutta scintillante imposta da mio padre che sancì il mio primo odioso incontro con la prolissità e la retorica – e la coazione a ripetere con la scrittura, e quanto sto scrivendo ancora.
Meglio fermarsi in lontananza, prima di ridiscendere.



