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La pietra ha l’intima sorellanza con il faggio, dona i suoi colori alla corteccia.
A volte si crea un rapporto simbiotico simile tra artista e ammiratore, soprattutto nel rock: tra band e ascoltatore. Penso alla PFM, che da sempre ha avuto il suo everchanging mood. Su un centro di gravità permanente ha cambiato pelle e volto, accompagnando nel mimetismo chi l’ascolta. È per questo che non esiste un mio disco preferito della PFM ma tanti favourite album a seconda del momento, dell’indole, del clima.
Oltre quindici anni fa, quando scrissi il libro sulla Premiata, mi esaltava Chocolate Kings, poi ho riscoperto il gusto speziato di Passpartù, persino l’ampio volo pop-rock di Ulisse. In questo periodo la mia Premiata favorita è quella rock-jazz – 1977, California, fumo acre, fretless bass e bagliori dal Pacifico – di Jet Lag. Un disco-godimento.
Anche di questo, oltre che dell’intera storia della più importante rock band italiana, parleremo domani sera a Piombino in occasione di Covergreen – Musica da guardare. Avrò l’onore di intervistare – per l’ennesima volta, dovrò escogitare domande inedite – Franz Di Cioccio e Patrick Djivas. Come dice il pezzo, cerco la lingua.