Mi sono laureato vent’anni fa.
Misteriosamente – ancora oggi è un enigma il motivo di quella scelta; un enigma anche come io abbia fatto a finire tutto dignitosamente – e fuori tempo massimo. Avevo terminato gli esami da un po’ e avevo cominciato a lavorare, era anche uscito il mio primo libro: testa, corpo, dita, interessi e professione andavano in altre direzioni.
Tesi in Storia del Diritto Italiano sulla libertà di stampa.
Materia interessante, argomento a me caro, denso di risvolti nell’attualità. Optai per lo specifico beneventano, lo feci per comodità. La stessa comodità per la quale vivo tuttora in una città alla quale non appartengo e che non mi fa impazzire, ma che mi consente due preziose possibilità non negoziabili: l’eremitaggio e un minimo di nomadismo culturale – che però si paga, essendo preferita (come ovunque, temo) una certa fissità da vassallo. Benevento fu un vero e proprio caso: in sessant’anni, dall’Unità all’avvento del Fascismo, nonostante l’arretratezza economica e l’altissima percentuale di analfabetismo, qui fiorirono circa 150 testate, un considerevole patrimonio giornalistico.
Scrissi la tesi in un paio di giorni, al massimo tre.
In sede di discussione qualcuno sottolineò a ragione la fretta della stesura che però difesi, più per istinto che per consapevolezza. All’epoca non era ancora uscito il disco che mi avrebbe dato la chiave di lettura di una dote che possiedo, la rapidità di scrittura. Quel disco-chiave sarebbe apparso nel 2013, opera di uno degli artisti a me più cari, Massimo Zamboni. Nel titolo c’è tanto, forse tutto: Un’infinita compressione precede lo scoppio.




