Conobbi un tizio che aveva l’intera discografia di una famosa band in molteplice copia.
Mi spiego meglio: possedeva tutti i vinili, sia d’epoca che ristampati; tutte le musicassette (se non ricordo male anche qualche stereo 8); tutti i cd in duplice sequenza: incellophanati per l’esposizione, decellophanati per l’ascolto. Non escludo che in cantina tenga ancora incatenato uno dei suoi idoli che a uno schiocco di dita gli canta le canzoni. Non nomino la band degna di tali attenzioni altrimenti il quadro diventerebbe fosco e non mi va di rovinarci il weekend.
All’epoca questa cosa mi stupiva: era uno stupore candido, fanciullesco, come quello di un noto sindaco dinanzi all’arresto dei suoi sgraffignanti uomini di fiducia. Pensavo infatti che il tizio conservasse tutte quelle copie per il timore di inondazioni o terremoti, un tesoretto per sopravvivere decentemente in uno scenario post-catastrofe. Oggi invece queste ossessioni da accumulo mi lasciano quasi indifferente. Forse perché sto imparando a comprendere noi umani: siamo contraddittori, lo sono anche quelli da cui ci si aspetterebbe una certa linearità – ma non è forse anch’essa una forma di disagio? Guardo con benevolenza le fisse per la completezza e le manie dei tuttologi, anche perché pure io possiedo svariate copie degli stessi dischi o libri. Da scordariello a volte mi è capitato di ricomprarle. E poi in alcuni casi è bene avere più versioni.
Ad esempio abbiamo tre The Colour Of Spring.
Il vinile è un remoto disco di formazione, una delle fondamenta che rendono incrollabile il mio edificio musicale interiore. Al tempo stesso è un oggetto nuovo che si rinnova ad ogni ascolto, nato sempre da una richiesta corporea: il desiderio del silenzio, dall’ombra, del respiro. Senza assilli insistenti, senza colori forti, senza ingombri pressanti.
I due cd invece arrivano dallo ieri e dall’oggi, scrigni sonori prossimi e presenti. Quello sgarrupato senza copertina è di Rosaria, regalo di una persona a lei cara, significativo perché vissuto. È la copia da osservazione del cuore più che da battaglia audio, tant’è che ho comprato la nuova per l’ascolto quotidiano.
Ho sempre avuto un debole per questo Lp dei Talk Talk, ancor prima di esserci entrato dentro nota per nota, pausa per pausa, sussurro per sussurro. Mi ha incantato la sua posizione cerniera, da disco di mezzo, il terzo di cinque: i primi due poppeggianti, hit e massa; gli ultimi due rivoluzionari, rito e culto. A metà del guado c’è il laboratorio del futuro, un disco di passaggio, farfalle e chiaroscuri, con il respiro radiofonico dei pieni anni ’80 e le dilatazioni e i vuoti dei ’90.
Domenica pomeriggio a yoga le cicale avevano un ritmo serrato, il frinire collettivo mi ha ricordato il ritmo di Time It’s Time, bagliori tra gli ulivi. Della terra sono il profumo. A volte penso che tre copie siano davvero poche.



