Un tempo frequentavo un filosofo.
Un tipo sui generis, viveva in una palazzina periferica, austera, con dei pavimenti di piastrelle esoteriche da divellere e portare a casa.
Era persino piacevole ascoltarlo, ma dopo un po’ aumentava quel senso angosciante di saturazione che caratterizza noi asmatici fisici e psichici. Non era solo per la mole di parole, ma anche per la mancanza di respiro: la sala dove lavoravamo era piena zeppa di suoi libri. E intendo proprio suoi, scritti da lui – anche pagati da lui perchè temo si facesse infinocchiare da pseudo editori. Copie su copie su copie dello stesso testo. Tutte impilate in colonne monocrome. Che ansia, sembrava di stare in una stanza degli specchi senza finestre, dove si vede sempre la stessa cosa da ogni lato.

Ognuno ha le sue nevrosi. La mia, nel rapporto con i libri, è contraria: prendo le distanze da ciò che scrivo, poi mi viene la voglia di fare le presentazioni, poi mi passa, poi ritorna, poi non ne voglio più sapere niente e guai a parlare del libro, poi ho persino voglia di rileggerlo e addirittura di riscriverlo. E mi capita anche di non averlo in casa. Ad esempio, di copie del libro CSI per un po’ di tempo non ne ho proprio più avute. Le regalo, o le mando ai giornalisti, o le scambio con altri scrittori, così ne resto sfornito. Poco male, conta che lo leggano gli altri.

Stavo scrivendo le ultime cose per lo speciale CSI di settembre su Classic Rock e ho ripreso il libro per una verifica: aprendolo mi sono ricordato che era la copia che avevo inviato in dono a Piero Pelù – con tanto di affettuosa dedica antimilitarista – e che, chissà perchè, mi tornò a casa mesi dopo, sgualcita e stropicciata. L’unico motivo plausibile del ritorno al mittente potrebbe essere legato all’alluvione del suo Studio Parsifal nel marzo dell’anno scorso. Il mio libro sui Litfiba però gli è arrivato. Misteri del rock italiano.