Adoro il conservatorismo anacronistico – forse no: siamo pur sempre in Italia – della Settimana Enigmistica.
Emerge in maniera incontrollata tra le definizioni dei cruciverba, anche quelli per solutori più che abili, quel tipo di bestie mentali come me che si addentrano vogliosi nei meandri della parola.
L’uso del corsivo o delle virgolette come se certi termini non fossero ancora in uso nel nostro linguaggio; l’indicativo presente per costumi sociali tramontati da un pezzo; aggettivi come “ritmata” e “sincopata” per musiche ampiamente storicizzate come il jazz o il rap; per non parlare del tono paternalistico verso fenomeni percepiti ancora come giovanili quali l’informatica. Tutto ciò è tristemente, amaramente delizioso.

D’altronde il periodico ha 90 anni sul groppone, presumo che il fondatore Cav. Gr. Uff. Dott. Ing. Giorgio Sisini Conte di Sant’Andrea – così recita il marmoreo tamburino di gerenza, ma per riguardo al clima del giornale sarebbe meglio parlare di colophon, se non colofone o addirittura κολοφών – abbia investito tutta la sua autorità sulla perpetua immodificabilità della testata. Anche questo la rende irresistibile. Come le vignette, ideate da gente che nella maggior parte dei casi vive nel 1959: “Antologia del buon umore” è tutto un programma.

Non riesco a fare a meno di una gestione oculata della Settimana Enigmistica. Non appena plano dai miei, dopo i convenevoli e il caffè spulcio il giornale a caccia delle parole crociate per solutori abilissimi. Amo annerire le caselle sghignazzando per i nomi degli ignoti sfidanti a distanza: Arolo, Akh, Piazza Grande, Il Mago Egizio, Smart (se tanto mi dà tanto il più giovane del gruppo), Amon Ra e colleghi mummificati. Sciarade, zeppe, bifronti e rebus a gogò, anche a Pasqua.

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