Non sono triste per la scomparsa di Francesco Guccini.
La vita comprende la morte, che le appartiene.
Non sono triste perchè Guccini ha lasciato un’opera incalcolabile per profondità, potenza, musicalità nella parola ma anche levità, concretezza, cantabilità.
Come sempre, il modo migliore per omaggiare i maestri è compiere un gesto rivoluzionario per questa era oscura: fermarsi, prendersi tempo – tanto – e ascoltare. O leggere. Con amore.
Ricordo le parole del senatore Conte in un pomeriggio insieme a Guido Lavorgna a San Salvatore Telesino per la presentazione di In cerca di un porto, il libro di Rolando Giannetti. Conte improvvisò in pubblico sul tema del progressismo nella canzone di Guccini, senza retorica e con sapienza. E amore.
Guccini e tanti di quella Generazione Gloriosa hanno saputo spaziare: non aveva l’eclettismo di Battiato ma ha assecondato la libertà espressiva della parola cimentandosi anche con la scrittura pura, da arguto cantastorie. Ho tanto apprezzato i suoi romanzi montanari in coppia con Loriano Machiavelli: erano evidenti lo stile dell’uno e quello dell’altro, ma mi piace ancora immaginare che non si sa mai dove finiscono le dita del primo e dove cominciano quelle del secondo. E romanzando da solo, spassosamente e sentimentalmente, ha intonato il suo blues terreno tanto emiliano, specchio di un’Italia scomparsa. L’Appennino senza paesologi, il treno e le sue avventure fermata dopo fermata, i 45 giri, la nebbia lunga sugli stradelli.
Ho letto in una chat tontolona (dovrei usare un termine più pertinente ma sono un signore e il turpiloquio non mi si addice): sì, Guccini è stato importante, le canzoni erano belle ma non ero d’accordo con le sue idee, la voce era così così, non era proprio nelle mie corde. Ma bene. I nostri vissuti sono una sequenza di clamorosi svarioni, ci imbarchiamo per anni femmine insopportabili, ci carichiamo casatielli che ci piegano in due, votiamo impresentabili da girone dantesco e poi ci permettiamo di fare i raffinati con il patrimonio di Guccini perchè non è nelle nostre corde. Dinanzi al suo canzoniere non esiste l’atteggiamento schizzinoso: va conosciuto e basta. Sono le nostre basi.
Leggevo su un quotidiano autorevole che con la sua morte l’Italia perde un pezzo di storia e di cultura. Vero, verissimo, ma logorante. Ancora una volta logorante il pensiero che questi grandi scompaiono e lasciano deserti. Perchè l’Italia musicale non è solo la canzone colta e popolare, pensosa e melanconica, di Guccini, con tutto il mondo, il territorio e l’umanità che si porta dietro. L’Italia musicale è anche – e soprattutto? – gente che ascolta Cremonini senza conoscere Dalla, che venera il guru Jovanotti ma poi ha da ridire sulla erre di Guccini nelle Cinque Anatre, che importa le peggiori monnezze latinoamericane che funestano le estati, che non si è mai dedicata a sentire nel profondo quella meraviglia di Autogrill ma segue a menadito i cantautori indie-depressi-depressivi-sfigati-vaginali, che canta a squarciagola Don Chisciotte e se lo tatua pure sul braccio ma poi passa una vita intera da imboscato sulla sedia comoda di un pubblico ufficio e chissà contro quali mulini a vento avrà mai combattuto. L’Italia è il paese dei tuttologi che pontificano su odissee sentenze partite decreti premistrega finanziarie meteo ma poi li vedi da vicino e scopri che vivono in un buco di culo e hanno a malapena conquistato la posizione eretta – loro e chi li acclama. A ognuno la sua Avvelenata.
In verità sono triste.
Stamattina ho riascoltato Amerigo: l’America era un’ernia, ma l’Italia non è che stia molto meglio.
Sono triste perchè – quante volte lo abbiamo detto e letto – non c’è ricambio generazionale. Prendiamoci questa fine, accettiamola questa faccia abusata delle cose: ciò che ci resta è l’ascolto, lo studio, se siamo bravi un po’ di vecchio passaparola, vacca d’un cane.



